Sicilia

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ISOLE EGADI (TP)

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L’arcipelago delle Egadi è situato all’estremità occidentale della Sicilia, a poche miglia da Trapani, ed è composto dalle isole di FavignanaLevanzoMarettimo, l’isolotto di Formica e lo scoglio di Maraone. Le isole Egadi sono incastonate in splendide acque cristalline, ed ospitano una ricca e variegata flora e fauna marina. Tali caratteristiche rendono questo arcipelago una meta ambita per gli appassionati dello snorkeling, delle immersioni e della vela. Le bellezze naturali che caratterizzano le acque di Favignana, Levanzo e Marettimo si estendono anche alla terraferma. Infatti per coloro che amano passeggiate immerse nella natura, le isole Egadi mostrano una ricca vegetazione dove non mancano piante endemiche con proprietà officinali, mentre dal punto faunistico rivestono rilevante importanza gli uccelli. Al fine di preservare le bellezze naturali dell’arcipelago, è stata recentemente istituita l’Area Marina Protetta (AMP) delle Isole Egadi, la più grande riserva marina d’Europa. Amministrativamente le Egadi fanno parte del comune di Favignana, e contano in tutto 4300 residenti (2011).

La leggenda dell’origine dei nomi delle 3 isole

Secondo la leggenda il dio Elios inviava il suo gregge ai pingui pascoli dell’isola di Trinacria, affidandolo alla custodia delle due graziose figlie, le pastorelle Fauetusa e Lampatia, nate da suo amplesso con la giovane Neerea. Così i nomi delle isole Egadi prenderebbero origine dai due nomi delle pastorella e dalla loro madre: Auegusa – Favignana (Foetusa), Pharbantia – Levanzo (Lampatia) e Hiera – Marettimo (Neerea).

L’isolotto di Formica

L’isolotto di Formica è un piccolo lembo di terra, quasi un grosso scoglio che trae il suo nome dalla singolare “invasione” di formiche sui suoi scogli coperti di una pianta viscosa. Formica si trova tra l’isola di Levanzo e la costa trapanese dalla quale dista 7,4 km. Si estende per 680 mt, ha un perimetro di circa 3 km ed una superficie di 30 mila mq. Sull’isolotto esiste ancora una vecchia tonnara a testimonianza del fatto che Formica fu sede della seconda tonnara delle Isole Egadi. E’ presente un museo che custodisce anfore e un’antica barca, utilizzata per la mattanza, perfettamente conservata. Vi è situata anche un’antica chiesa dove i pescatori e gli abitanti si recavano a pregare. Oggi è sede di una comunità terapeutica per tossicodipendenti, “Mondo X”, fondata da Padre Eligio. Amministrativamente fa parte del comune di Favignana e ufficialmente conta un solo abitante.

Lo scoglio di Maraone

Maraone è uno scoglio piatto, totalmente disabitato, che si trova ad Ovest dell’isolotto di Formica. Esso è lungo circa 600 mt.

Vacanze nelle Isole Egadi

Una vacanza nelle Isole Egadi è senz’altro una scelta adatta a chi ami il mare e la natura incontaminata. Dai sentieri di trekking di Marettimo, fino alle calette appartate di Levanzo, queste isole sono in grado di far riscoprire al visitatore odori e sapori che sembravano dimenticati. Le Egadi sono un arcipelago magico ove la mano dell’uomo sembra quasi essersi fermata, lasciando intatti i panorami e le bellezze del paesaggio. Il mare è la caratteristica dominante, con le sue scogliere, spiagge e cale ancora intatte, dove è possibile fare il bagno in acque limpide, caratterizzate dai colori meravigliosi di un mare ricco di vita. Non mancano tuttavia anche attrattive culturali: dall’ex Stabilimento Florio, il più grande museo del mare d’Europa, fino alla Grotta del Genovese, il più importante complesso di figure parietali del nostro paese, risalenti al paleolitico-neolitico. Per chi ami anche un pizzico la montagna, Marettimo propone sentieri di trekking, mentre per i più avventurosi a Favignana è possibile cimentarsi in un Charter di Pesca Sportiva, uno dei pochissimi in Italia. Numerose sono poi le escursioni nelle Egadi adatte a tutti: il giro delle isole in barca, la visita dei giardini ipogei, la scalata a dorso d’asino in cima al monte Santa Caterina, e tanto altro ancora. Le Isole Egadi saranno senza dubbio in grado di far riscoprire al visitatore il piacere delle cose semplici e della natura, lasciando talvolta senza fiato per la loro bellezza.

Fonte: egadivacanze.it

DUOMO DI MONREALE (PA)

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Qualcuno lo ha definito il tempio più bello del mondo e senz’altro il Duomo di Monreale è uno tra i più begli esempi di come l’arte, riesca ad entrare in sintonia con il cuore dell’uomo.

Il duomo era dedicato a Maria Assunta

Chi ha costruito il Duomo di Monreale?

L’opera monumentaria, che comprendeva insieme alla Basilica, il palazzo reale ed una abbazia benedettina, fu voluta da Guglielmo II, quel re della dinastia Normanna di Sicilia che fu detto “il Buono”.  Nel 1174, quando aveva appena vent’anni, secondo una leggenda, la stessa Vergine Maria gli apparve in sogno rivelandogli il nascondiglio dove il padre di lui, Guglielmo I, detto “il Malo”, “il Cattivo”, aveva nascosto un tesoro. Con quelle ricchezze, proprio in quel punto, egli avrebbe dovuto innalzare un tempio da dedicare a Lei.
Allo stesso modo sembra leggendaria l’ipotesi secondo la quale l’architetto che ne fu l’artefice principale, sia stato fratello dell’altro architetto che nello stesso periodo progettava la costruzione della cattedrale di Palermo. La competizione tra i due fratelli architetti, a chi avesse fatto erigere l’opera più bella, sarebbe finita in tragedia con la morte suicida di entrambi: il primo schiacciato dalla bellezza degli esterni della cattedrale di Palermo ed il secondo riconoscendo il primato del fratello ormai morto, davanti alla magnificenza dell’interno del Duomo di Monreale.

Una competizione effettivamente ci fu per davvero, ma nei confronti dello strapotere arcivescovile di Palermo, nella figura di Gualtiero Offamilio (al secolo Walter of the Mill) di origini inglesi e già precettore del piccolo Guglielmo divenuto re ad appena 13 anni, dopo l’uccisione del padre Guglielmo I ad opera di Matteo Bonello.
Così la chiesa, nata inizialmente come basilica (cioè casa del re – basileus) venne affidata ai monaci benedettini e nel 1183 elevata al rango di sede arcivescovile sottraendo prestigio e potere alla sede palermitana.
Tutto il complesso fu costruito in pochi decenni con maestranze di varia provenienza guidate da esperti architetti e probabilmente teologi bizantini e latini che hanno prodotto una solenne armonia rimasta intatta nel duomo nonostante i ripetuti rifacimenti e le aggiunte posteriori: il portico settentrionale, realizzato dai Gagini nel 1547 (su progetto di Biagio Timpanella); la cappella di san Castrense, realizzata alla fine del ‘500; la cappella barocca del Crocifisso costruita alla fine del ‘600; il portico della porta maggiore, ricostruito nel 1770 (ad opera dell’architetto Antonio Romano)

Della costruzione originaria rimane solo il corpo della Chiesa ed il Chiostro quadrato dei benedettini. Dell’abbazia e del palazzo Reale è rimasto ormai pochissimo, inglobato nei locali del Duomo o nei palazzi circostanti.

Il Duomo di Monreale visto dall’esterno.

L’esterno del Duomo mostra una facciata principale inserita all’interno di due torri asimmetriche di altezza e forma differenti. Nella porzione superiore, una grande finestra ogivale a vetri colorati con ai lati un intreccio di archi e dischi di misure e decorazioni differenti. Un timpano tringolare ne sormonta la navata centrale.
Nella parte inferiore, inglobata dentro una costruzione a tre portici in marmo bianco, aggiunta nel 1770, si apre l’ingresso principale. Si tratta di un magnifico Portale a forma ogivale dentro il quale si incastona un bellissimo portone in Bronzo, opera di Bonanno di Pisa che la eseguì nel 1185 nella sua città e successivamente fu condotta a Monreale via nave. È composta di due battenti rettangolari adattati alla forma ogivale dell’ingresso. Comprende 46 pannelli con immagini a rilievo rappresentanti episodi della Bibbia e due coppie di leoni e grifoni nella parte inferiore. L’arcata del portale è caratterizzata da una serie di bande parallele decorate da
ghirlande di fiori, forme umane e animali scolpiti in basso rilievo, decorazioni classiche e una banda di mosaico policromo.

Sulla facciata orientata a Nord si apre una porta più piccola, quella usata attualmente per l’ingresso dei fedeli. È opera di Barisano da Trani nel 1190. In bronzo e molto più piccola e povera, presenta 14 pannelli in ogni battente, con bassorilievi che rappresentano episodi della vita di Cristo, vite di santi e animali araldici.

La parte posteriore del Duomo di Monreale è un esempio mirabile dell’arte araba. Presenta la convessità delle tre absidi con tre livelli di archi intrecciati che si arricchiscono di decorazioni policrome ottenute dall’uso sapiente di pietra calcarea brunita, lava grigio-nera e mattoni rossi in bande orizzontali. Gli archi, che originano da colonnine poggiate su alti basamenti, sono arricchite da tondi di dimensione e disegno differente che simulano rosoni ciechi finemente decorati.

L’interno del Duomo di Monreale

La prima curiosità da sottolineare è l’orientamento della Chiesa. Secondo i canoni della teologia Orientale: l’ingresso è ad Ovest, l’Abside col Presbiterio e l’altare ad Est. Il significato è semplice, si entra dal mondo delle tenebre, del peccato, da dove tramonta il giorno  e si va verso la Luce, dove Gesù Pantocrator ci accoglie come “un sole  che sorge dall’alto”.
Sfortunatamente l’ingresso per i visitatori è quello laterale per cui questo senso si perde.
In ogni modo, il ritmo architettonico che caratterizza l’interno del duomo, con i suoi 102 metri di lunghezza, appare immediatamente.
La pianta della chiesa è a tre navate che terminano nelle tre absidi in fondo. La navata centrale, grandiosa, ampia tre volte più delle navate laterali, si prolunga nel transetto secondo rigorose regole di simmetria e proporzioni che guidano lo sguardo verso l’ampio abside principale, dove la regalità e la gloriosa divinità trovano espressione nella profusione di luce dorata che risplende nel complesso musivo con al centro Gesù Cristo Pancrator.

Le navate laterali terminano nelle due absidi laterali dove sono rappresentati i principi degli apostoli: San Pietro in quella di sinistra e San Paolo in quella di destra.

Due file di nove colonne per lato dividono lo spazio centrale.
Qui va notata un’altra particolarità: tutte le colonne, con capitelli finementi scolpiti in stile corinzio e composito, sono in granito grigio, tranne una, la prima a destra dall’ingresso principale. Questa è fatta di materiale più povero, in marmo cipollino che è più scadente. Non è un caso, si tratta di una scelta consapevole. Le colonne che sostengono le arcate indicano che è Dio che regge la Chiesa, tuttavia anche l’uomo deve fare la sua parte: ecco, quella colonna di materiale scadente rappresenta l’uomo (nella figura della chiesa istituzionale) che regge, seppur in minima parte, le sorti della grande Chiesa. Inizialmente questa colonna “spuria” era collocata in seconda fila (proprio in linea con le ragioni di umiltà di cui sopra) secoli dopo, per motivi tecnici, è stata ricollocata dove si trova adesso.

I troni 

A destra e a sinistra, prima di entrare nel presbiterio e addossati a due grandi pilastri, sono posizionati il trono reale ed il trono arcivescovile. A sinistra il trono del re è più riccamente ornato, posto in posizione rialzata e sovrastato dagli stemmi di Guglielmo II e della sua Casata. Leoni scolpiti, grifoni e decorazioni in prezioso marmo porfido rosso, sottolineano la regalità del sito. In alto un mosaico raffigura lo stesso re, in piedi, mentre viene coronato da Cristo, significa che il dominio viene direttamente da Dio. Una apertura posta nell’ala sinistra del transetto lo collegava col palazzo reale. Il passaggio è stato murato e adesso è coperto da un reliquiario.

A destra, più dimesso, il trono arcivescovile che tuttora accoglie il Vescovo celebrante. Comunicava con la torre dell’Abbazia e il salone capitolare. Il mosaico che lo sormonta rappresenta lo stesso re che, con la benedizione di Dio, raffigurata nella mano benedicente che scende dall’alto, consegna il duomo alla Vergine.

I tetti del Duomo di Monreale

Tutta la copertura della chiesa ha subito diversi rifacimenti, specie dopo un disastroso incendio nel 1811, ma il disegno originario è stato alquanto rispettato.
I soffitti sono in legno policromo con una varietà di tipologia della copertura classica dell’architettura medievale, diversificata con l’intento di mettere in risalto le parti più nobili dell’edificio. Il tetto della navata centrale è a forma di carena di nave, costituito da enormi tronchi scolpiti con fregi d’oro. Poi la copertura passa dal tipo a capriata, a volta, a cupola a seconda della sezione da nobilitare. La parte centrale del transetto è la più sontuosa con piccoli motivi a stalattite dorata, finemente elaborata, tipica della tradizione islamica.

I mosaici del Duomo di Monreale

I mosaici sono l’aspetto più eclatante della bellezza di questa opera sacra, perchè non va dimenticato che lo scopo principale di questa costruzione risiede nel consentire ai fedeli di vivere profondamente il culto a Dio, Gesù Cristo e alla Vergine Maria. Per questo i circa 6400 metri quadrati di mosaico che ne ricoprono la superficie, sono una rappresentazione artistica della Bibbia, una catechesi in immagini, perché il popolo possa immergersi dentro lo spazio sacro.
130 quadri che raccontano le storie del Vecchio Testamento e la Vita di Cristo esponendo il piano divino per la salvezza universale, a partire dalla creazione del mondo e dell’uomo.
Dopo il peccato originale, l’intervento di Dio prepara il suo popolo alla salvezza accompagnandolo lungo le vicissitudini della sua storia (navata centrale). La venuta di Cristo realizza la salvezza del mondo attraverso la sua incarnazione e le sue  opere meravigliose rappresentate nel transetto e lungo le navate laterali. Fino alla gloriosa rappresentazione all’interno dell’abside centrale con il grande Pantocrator (l’Onnipotente) circonfuso di splendore. Al di sotto la figura della Vergine col Bambino, con la scritta greca “panacròntas” (tutta immacolata), affiancata da angeli e apostoli; e ancora più giù nell’ultima fascia, figure di santi e pastori della chiesa.

Non possiamo qui “leggere” tutta la profonda teologia espressa nei mosaici, ma qualche piccola annotazione che ne dia un’idea va fatta.
Da notare che nella Creazione dell’uomo, Dio e Adamo hanno le stesse sembianze: quelle di Cristo, Dio incarnato, che si riflette nella creatura fatta a sua immagine. Ed è straordinaria la suspense che si vuole creare nello spettatore: Il Dio-Cristo creatore tiene tra le mani un rotolo chiuso che contiene un messaggio segreto che solo la piena realizzazione del piano divino potrà svelare: questo rotolo si trova aperto nelle mani del Cristo Pantocratore.

Il Pantocrator (l’Onnipotente)

Il Pantocrator è il centro a cui ogni uomo deve tendere: è enorme, presente, e tutto inneggia alla sua regalità. Agli angoli dell’abside sono incastonate colonne in porfido rosso egiziano un marmo preziosissimo ormai estinto, usato dai re e dagli imperatori. E davvero magnifica è questa figura regale attorniata da angeli e santi.

Rappresenta insieme Dio e l’uomo: il colore rosso del suo abito, simbolo della divinità, è rivestito dal manto blu, simbolo della umanità. Tutt’intorno è una grande profusione di oro, segno della luce divina. Egli è la luce del mondo e gli artisti che lo hanno qui rappresentato hanno voluto sottolineare questa lettura teologica disponendo le tessere dorate del mosaico seguendo linee circolari concentriche (caso unico in Italia!) di modo che la figura pare irradiare un pulviscolo di luce pura, dorata, dunque divina.
Certo è Dio, ma il suo volto sereno è umanissimo. Nell’incarnato non segue le linee anatomiche ma mostra una caratteristica tutta propria che affascina, che attrae: Lui ci guarda, ma noi non riusciamo a catturare il suo sguardo!
La mano destra benedice col segno classico delle icone bizantine, del pollice che  tocca insieme il medio e il mignolo  in segno trinitario mentre l’anulare fa una croce con l’indice. La mano sinistra regge aperto il libro che finalmente svela il Mistero: “Io sono la luce del mondo” chi mi segue non cammina nelle tenebre”.

L’Etimasia (preparazione del trono)

Al di sopra del Pantocrator, nell’arco che lo sovrasta, si trova il trono predisposto per accogliere il Cristo alla fine dei tempi come giudice universale (secondo il libro dell’’Apocalisse) È un trono elegante e prezioso, color porpora (colore divino) sul quale è posto un manto azzurro (cioè quella stessa umanità che il Cristo rivestirà per giudicare gli uomini). Sta a significare la presenza invisibile di Cristo là dove il suo popolo si riunisce per pregarlo.
Dietro il trono svetta la croce con la corona di spine, mentre la lancia di Longino, la canna con la spugna dell’aceto mostrano che colui che verrà a giudicare il mondo, ne ha conquistato il diritto attraverso la sofferenza della croce. E infatti sullo sgabello ai suoi piedi, sopra un cuscino di tessuto prezioso, poggia l’aspersorio che contiene i quattro chiodi della crocifissione di Gesù. Sul trono, dove è steso il mantello blu (colore che simboleggia l’umanità di Cristo) poggia la colomba dello Spirito Santo. Ai lati del medaglione un coro simmetrico di Serafini (angeli a sei ali) e di quattro Arcangeli, Gabriele, Raffaele, Michele e Uriele, rimane in attesa adorante del Re dei Re.

La Vergine Odigitria

A chiudere il cerchio del racconto della salvezza attesa e raggiunta, alla fine delle celebrazioni, i fedeli uscendo vengono accompagnati dalla Vergine Odigitria, cioè la guida dei pellegrini, posta al di sopra della porta di ingresso con in braccio il figlio che tiene in mano il rotolo aperto quasi a dire: “ecco mio figlio, ricorda il suo messaggio che devi annunciare una volta  fuori di qui”. È il compito di chi ha vissuto la gloria della celebrazione liturgica: offrire al mondo l’esperienza che ha vissuto.
Al di sotto una scritta in latino, che è un motto che si trova anche in altre iscrizioni sacre,  sembra essere la raccomandazione che il re chiede per se stesso alla Vergine … Pro cunctis ora, sed plus pro rege labora (prega per tutti, ma soprattutto lavora per il re!)

I sarcofagi reali

Sono situati in fondo alla navata laterale destra e contengono le spoglie dei due re normanni, padre e figlio, Guglielmo I e Guglielmo II.
Nel più grande è posto il padre del Re, Guglielmo I, detto il Malo e fu voluta direttamente dal figlio. Costruita in prezioso porfido rosso, materiale legato alla tradizione imperiale.
Accanto la tomba di Guglielmo II, più modesta nelle dimensioni e nei materiali di costruzione: semplicemente marmo bianco, istoriato, fu fatta costruire dall’arcivescovo Ludovico de Torres I. Entrambi i mausolei furono gravemente danneggiati nell’incendio nel 1811 e ripristinati secondo il disegno originale. Un’altra tomba, completamente rifatta dopo l’incendio conteneva le spoglie di Margherita di Navarra, madre di Guglielmo II e si trova in fondo alla navata di sinistra.

Rifacimenti baroccali

Nel 1773, per volere dell’arcivescovo Francesco Testa, venne collocato un nuovo altare maggiore (al posto del precedente di cui non abbiamo una descrizione accurata), splendida opera in argento eseguita a Roma da Luigi Valadier. Malgrado l’appartenenza al tardo barocco romano, l’altare si inserisce abbastanza bene all’interno della cornice di mosaici che dall’abside lo sovrastano. Parlare di semplicità di linee sembra eccessivo, tuttavia i toni grigiastri, dorati ed argentei non lo fanno apparire completamente squilibrato rispetto all’insieme.
Al centro un grande bassorilevo ovale in argento, sostenuto da angeli, rappresenta la natività della Vergine, mentre due medaglioni laterali riportano gli episodi della Assunzione e della Pentecoste ed i cinque sovrastanti, scene legate alla Vergine.

Per il resto, altri rifacimenti tardo rinascimentali e baroccali si trovano qua e là nelle cappelle laterali, nelle absidioli e all’interno della cappella di san Benedetto e nella Cappella del Crocifisso. Pomposità che fortunatamente non sono riuscite a guastare la preziosa armonia di questa meraviglia dell’arte sacra.

Un ultimo consiglio: gustatevi la visita del Duomo in tutta calma, nel silenzio della meditazione personale; ma se potete, un’altra volta, immergetevi nella magia del luogo durante una delle cerimonie liturgiche solenni, dove ogni cosa trova la giusta collocazione.

Fonte: Saverio Schirò – palermoviva.it

TEATRO GRECO DI SIRACUSA (SR)

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Il Teatro Greco di Siracusa è il più maestoso monumento dell’architettura teatrale antica che sia giunto fino a noi. Siracusa fu, infatti, uno dei più grandi centri della vita teatrale, perché qui nacque la commedia.

Le origini della struttura risalgono alla prima metà del V secolo a.C., perchè qui l’autore greco Epicarmo si stabilì visse e lavorò sotto il regno di Gelone. Dopo pochi anni, nel 476, Eschilo rappresentò i suoi Persiani e Le Etnee.

Il Teatro Greco fu anche utilizzato come sede per per le assemblee popolari e per i processi pubblici.

Successivamente abbandonato dopo il tramonto delle civiltà ellenica e romana, per poi essere riscoperto nel 1526 dagli Spagnoli di Carlo V.

I lavori di restauro, iniziati nei primi anni del 1800, sono poi stati definitivamente completati a metà degli anni Cinquanta.

La sua costruzione era stata progettata tenendo conto sia della forma naturale del colle Temenite (importante per la valorizzazione della visione panoramica, offrendo la visione dell’arco del porto e dell’isola di Ortigia) sia della possibilità di sfruttare al massimo l’acustica.

La cavea aveva un ampio diametro di 138,60 metri ed era in origine costituita da 67 ordini di gradini, per la maggior parte scavati nella roccia viva e divisi in 9 settori da scalinate. A metà altezza correva il “diazoma” che la divideva in due settori. Sulla recinzione sono incisi in corrispondenza dei cunei i nomi di alcune divinità e dei membri della famiglia reale che hanno spinto alcuni autori a considerare le iscrizioni medesime utili per una datazione del monumento e se non della costruzione della sua rilavorazione.

Sull’asse centrale della gradinata è scavata nella roccia una zona che può aver consentito la realizzazione di una tribuna, forse destinata a personaggi di particolare rilievo.

L’orchestra era in origine delimitata da un euripo, ossia un canale scoperto, oltre il quale una fascia precedente l’inizio dei gradini era destinata ad ospitare il pubblico.

L’edificio scenico è interamente scomparso e ne sono visibili solo i tagli realizzati nella roccia. All’epoca di Gerone II appartiene probabilmente un passaggio scavato sotto l’orchestra, accessibile con una scaletta dal palcoscenico e terminante in una stanzetta, permettendo improvvise scomparse o apparizioni degli attori.

Le tracce di un elemento a cui dovevano sovrapporsi colonne e pilastri sono state interpretate come residui di una piccola scena mobile per le farse fliaciche. Alla decorazione della scena apparteneva probabilmente la statua di una cariatide, attualmente conservata nel Museo che riunisce i materiali scavati o recuperati nel Teatro Museo archeologico regionale Paolo Orsi.

Al di sopra del teatro, si trova una terrazza scavata nella roccia, accessibile da una gradinata centrale e da una strada incassata, in origine la terrazza ospitava un grande portico ed al centro della parete di fondo fu inquadrata una preesistente grotta-ninfeo scavata nella roccia, fiancheggiata da nicchie destinate probabilmente ad ospitare statue.

All’interno il vano era dotato di una vasca rivestita in cocciopesto, nella quale sgorgava l’acqua dell’antico acquedotto greco detto “del ninfeo”.

PARCO DELL’ETNA (CT)

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Il Parco dell’Etna, il primo ad essere istituito tra i Parchi siciliani con il Decreto del Presidente della Regione del 17 marzo del 1987, con i suoi 59000 ettari ha il compito primario di proteggere un ambiente naturale unico e lo straordinario paesaggio che circonda il vulcano attivo più alto d’Europa e di promuovere lo sviluppo ecocompatibile delle popolazioni e delle comunità locali.

Con i suoi boschi, i sentieri, gli irripetibili panorami, i prodotti tipici, i centri storici dei suoi comuni, il Parco è in ogni stagione dell’anno un accattivante invito per i viaggiatori e gli amanti della natura, dell’enogastronomia, degli sport all’aria aperta in scenari irripetibili. Il Parco è un magnifico territorio della Sicilia orientale, che si propone di valorizzare e tutelare al tempo stesso questo ambiente davvero unico al mondo che evidenzia la forza di una natura possente, che però sa poi essere anche molto generosa con la straripante fertilità della sua terra, con la mitezza e la generosità della “Muntagna”. Il territorio è stato suddiviso in quattro zone, alle quali corrispondono diversi livelli di tutela, così come stabilito dal legislatore. Nell’area di “riserva integrale” (zona “A”), la natura è conservata nella sua integrità, limitando al minimo l’intervento dell’uomo; nell’area di riserva generale (zona “B”), si coniuga la tutela con lo sviluppo delle attività economiche tradizionali: è caratterizzata da piccoli appezzamenti agricoli ed è contrassegnata da splendidi esempi di antiche case contadine, esempi molto significativi di architettura rurale; nell’area di “protezione a sviluppo controllato” (pre-Parco) costituita dalle zone “C” e “D”, che si presenta notevolmente antropizzata, si persegue uno sviluppo economico compatibile con il rispetto del paesaggio e dell’ambiente.
Al centro dell’ecosistema del Parco c’è l’Etna, con il suo confine litologico di 250 km, l’altezza di circa 3350 m. e una superficie di circa 1260 chilometri quadrati. Ricadono nel territorio del Parco venti comuni (Adrano, Belpasso, Biancavilla, Bronte, Castiglione di Sicilia, Giarre, Linguaglossa, Maletto, Mascali, Milo, Nicolosi, Pedara, Piedimonte Etneo, Ragalna, Randazzo, Santa Maria di Licodia, Sant’Alfio, Trecastagni, Viagrande, Zafferana Etnea), con una popolazione di circa duecentocinquantamila abitanti.

Vulcanologia

Diodoro siculo, Pindaro, Tucidide, Empedocle, Virgilio, Lucrezio, Ovidio ci hanno narrato dell’Etna e della sua incessante attività vulcanica che ha profondamente segnato la storia degli uomini che da molte generazioni vivono in questa parte della Sicilia orientale, dove l’interazione tra le forze primordiali e le forme di vita vegetale ed animale che si sono succedute nello spazio e nel tempo, ha portato all’evoluzione di una straordinaria varietà di paesaggi naturali unici nel bacino del Mediterraneo e dove si sono spesso avvicendate numerose generazioni di genti che imparando a convivere con la Muntagna, ne hanno modellato l’ambiente al punto da creare nuovi paesaggi rurali, sviluppatisi spesso intorno all’agricoltura e all’allevamento, lasciando un’impronta indelebile attraverso segni inconfondibili e pregnanti nella strutturazione del paesaggio. Gli arabi, la chiamavano, Djebel-Utlamat (Montagna per eccellenza), i romani, la chiamavano Mons-Djebel (Monte-Monte), i siciliani Mungibeddu, (Bella Montagna). Il veneziano Pietro Bembo, nel De Aetna (1496), la definì “Montagna non coniugata” per sottolineare la sua unicità nel contesto geomorfologico della Sicilia. Denominata anticamente Aìtnë, con i suoi 135 km di perimetro, l’Etna, la mitica Fùcina degli Dèi, è un vulcano composito assai complesso, originatosi in seguito alla sovrapposizione e giustapposizione di prodotti eruttivi emessi in tempi differenti attraverso diversi sistemi di risalita magmatica.

I Sentieri

Nel rispetto delle esigenze di conservazione dei valori naturali e delle attività di fruizione, in tutto il territorio del Parco è presente una fitta rete di sentieri che, attraverso una conoscenza dei valori naturalistici, scientifici e culturali, consente ai visitatori di comprendere la necessità di preservare ecosistemi ed habitat eccezionali anche attraverso attività ricreative, escursionistiche e di tempo libero.
I sentieri etnei si sviluppano in gran parte su colate laviche recenti e storiche, in aree boscate e in ambienti privi di vegetazione arborea nonché su terreni sottoposti da antica data ad attività rurale, presentando pendenze spesso mutevoli conseguenti alle morfologie dei luoghi.

701 Pista alto montana dell’Etna – Sentiero Italia
Sentiero Natura Monte Nero degli Zappini
Sentiero Natura Monti Sartorius
723 Citelli – Serracozzo
736 Piano Dei Grilli
717 Case Pirao – Monte Spagnolo
724 Pietracannone – Cubania – Sentiero Italia
Schiena Dell’asino – Sentiero Italia

Fonte: parcoetna.it

ABBAZIA DI SANTO SPIRITO (CL)

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L’abbazia di Santo Spirito è una chiesa, aperta al culto della diocesi di Caltanissetta, di origine normanna.

Il luogo in cui oggi sorge l’abbazia normanna di Santo Spirito era, probabilmente, un luogo di culto già in epoca bizantina, come ci fa supporre la dedicazione allo Spirito Santo. Le chiese siciliane di origine bizantina, infatti, sono spesso dedicate allo Spirito Santo, a san Basilio o san Nicola, mentre quelle di origine normanna alla Madonna, a San Pietro o agli altri apostoli. Inoltre, sembra ormai certo che l’attuale biblioteca fosse un tempo un casolare arabo, inglobato nella struttura normanna.

Commissionata dal conte Ruggero e da sua moglie Adelasia, la chiesa fu consacrata nel 1153 ed affidata nel 1178 ai canonici regolari agostiniani, anche se fu soltanto nel 1361 che iniziò la serie degli abati. La chiesa fu restaurata una prima volta già nel 1568, ad opera di Fabrizio Moncada, figlio di Francesco I conte di Caltanissetta; in seguito furono effettuati altri restauri nell’ultimo trentennio del XIX secolo, fino a quelli recentissimi, conclusisi negli anni passati. Nel 1759 la contessa Ruffo Moncada affidò l’abbazia ai padri cappuccini, l’ultimo dei quali morì nel 1904.

Non conosciamo con esattezza le date di fondazione né della chiesa, né dell’abbazia, ma è certo che quella di Santo Spirito fu la prima parrocchia della città. La data di consacrazione 1153, invece, ci è pervenuta grazie ad una lapide commemorativa, posta sul pilastro sinistro dell’abside maggiore.

È costituita da un’unica navata triabsidata, di lunghezza pari a tre volte la dimensione trasversale. Vi si trova simbolicamente rappresentato il mistero dell’unità trinitaria: le tre finestrelle absidali hanno gli assi convergenti verso un unico fuoco centrale. Lo stesso simbolismo, accentuato dai raggi solari è rappresentato dalle tre finestrelle che sovrastano l’area presbiteriale. Il portale laterale e le absidi con paraste (contrafforti) riportano a modelli della prima architettura della Nomandia. L’immagine mostra le absidi con le paraste di sostegno per le coperture coniche.

Notevoli sono il fonte battesimale, opera di fattura normanna; la cantoria, costruita nel 1877, decorata con gli stemmi dell’allora vescovo Mons. Giovanni Guttadauro dei Principi di Reburdone e dell’abate; l’affresco di Sant’Agostino, del XV secolo, di cui ci sono giunti solo alcuni frammenti; l’affresco della Messa di San Gregorio, anch’esso del XV secolo, raffigurante la visione di un incredulo durante una Messa celebrata dal Papa San Gregorio Magno: il Cristo che emerge dal sarcofago e gli strumenti della Passione, che durante il Sacrificio Eucaristico si ripresenta per la salvezza delle anime; l’affresco del Cristo benedicente, ancora del XV secolo; l’affresco del Panthocrator, ridipinto nel 1964 dal pittore catanese Archimede Cirinnà; la statua della Madonna delle Grazie, del XVI secolo, in terracotta policroma, che è la più antica raffigurazione mariana di Caltanissetta; il Crocifisso dello Staglio, realizzato con tempera grassa su tavola e ritenuta l’opera più preziosa presente nell’abbazia; l’altare maggiore, la Protesis ed il Diaconicon, tutti ricavati da grossi blocchi di pietra di Sabucina; un’urna cineraria romana, risalente al I secolo, appartenente ad un certo Diadumeno, liberto dell’imperatore Tito Flavio Cesare e probabilmente proprietario del fondo dove in seguito sorse l’abbazia.

Fonte: it.wikipedia.org

SCALA DEI TURCHI (AG)

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La Scala dei Turchi è una parete rocciosa (falesia) che si erge a picco sul mare lungo la costa tra Realmonte e Porto Empedocle, in provincia di Agrigento. È diventata nel tempo un’attrazione turistica sia per la singolarità della scogliera, di colore bianco e dalle peculiari forme, sia a seguito della popolarità acquisita dai romanzi con protagonista il commissario Montalbano scritti dallo scrittore empedoclino Andrea Camilleri, in cui tali luoghi vengono citati paese del commissario, da inquadrare con Porto Empedocle.

La Scala è costituita di marna, una roccia sedimentaria di natura calcarea e argillosa, con un caratteristico colore bianco puro. Tale scogliera dal singolare aspetto si erge in mezzo tra due spiagge di sabbia fine, e per accedervi bisogna procedere lungo il litorale e inerpicarsi in una salita somigliante a una grande scalinata naturale di pietra calcarea. Una volta raggiunta la sommità della scogliera, il paesaggio visibile abbraccia la costa agrigentina fino a Capo Rossello.

La Scala dei Turchi presenta una forma ondulata e irregolare, con linee non aspre bensì dolci e rotondeggianti. Il nome le viene dalle passate incursioni di pirateria da parte dei saraceni, genti arabe e, per convenzione, turche; i pirati turchi, infatti, trovavano riparo in questa zona meno battuta dai venti e rappresentante un più sicuro approdo.

Fonte: it.wikipedia.org

ISOLE EOLIE (ME)

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L’uomo e le caratteristiche geografiche hanno dato un’impronta diversa ad ogni isola. Filicudi ed Alicudi sono un “rifugio antistress” dall’ambiente incontaminato. Panarea è l’isola alla moda, meta di un turismo d’élite. Stromboli e Vulcano, aspre e selvagge, attirano un turismo giovanile un po’ bohémien. Salina, la verde, con le sue montagne gemelle, per la sua tranquillità è la prediletta da tante famiglie con bambini. Lipari, l’isola maggiore e più abitata, sede del Comune da cui dipendono tutte le altre isole (esclusa Salina), offre, a chi ha esigenze di comfort e di ampi spazi, tutti i servizi, compresi un ospedale attrezzato e un porto riparato.

Le Eolie devono il loro nome ad Eolo, signore dei venti, che qui, secondo Omero, aveva il suo regno. Isole piene di sorprese e di contrasti. Chi oggi vi si avvicina, con la nave o l’aliscafo, non può fare a meno di essere sopraffatto dalla magnificenza del paesaggio e di essere invogliato ad esplorarlo. “Isole vaganti”: nel corso dei millenni, le eruzioni le hanno più volte modificate nelle dimensioni e nell’aspetto.
Le coste ed i fondali sono stupefacenti ma anche l’interno delle isole è ricco di fascino: imponenti vulcani sempre attivi, bizzarre formazioni rocciose, fitta vegetazione a Salina, villaggi preistorici a Lipari, Panarea e Filicudi e i tesori archeologici, che il mare ha restituito e sono gelosamente conservati nel Museo Archeologico di Lipari.

Nell’arcipelago due vulcani sono ancora attivi, Stromboli e Vulcano. Le sette isole vere e proprie, cui si aggiungono isolotti e scogli affioranti dal mare, sono disposte a forma di Y in orizzontale, al largo della Sicilia settentrionale, di fronte alla costa tirrenica messinese. Sono perciò visibili da gran parte della costiera tirrenica della Sicilia quando la visibilità è ottima e non è presente foschia. L’arcipelago eoliano costituisce un sistema vulcanico determinato dalla subduzione della litosfera oceanica sotto quella continentale, determinandone la fusione con liberazione di magma che, giunto in superficie, forma un arco insulare, l’arco Eoliano, lungo 200 km e composto, oltre che dalle sette isole vulcaniche emerse, da vari seamount (Alcione, Lametini, Palinuro, Glabro, Marsili, Sisifo, Eolo, Enarete).

L’architettura delle Isole, escludendo i tanti ritrovamenti archeologici, le Chiese, il complesso monumentale del Castello, e le case, prevalentemente dei centri abitati, è formata da costruzioni rurali, finalizzate all’attività agricola che un tempo costituivano l’attività economica primaria delle isole.
Esistono anche pochi esempi di costruzioni realizzate per un uso diverso da quello abitativo, quali capannoni per la lavorazione e conservazione della pomice, alcuni mulini, un ex ospedale e lo stabilimento termale di San Calogero, ormai completamente riedificato.
Nel periodo in cui le Isole erano ancora soggette alle scorrerie dei pirati berberi, e sino ai primi anni del 1600, vennero realizzate piccole torri di avvistamento e difesa delle quali rimane un notevole esempio, ancora quasi intatto, in località Mendolita, lungo la strada che porta verso Capistello che spicca isolato a difesa dei magazzini e del palmento affiancati.

Ma l’architettura naturalmente più diffusa, dotata di caratteri particolari per i volumi architettonici e per gli elementi funzionali e decorativi, oggi a ragione viene intesa come “architettura eoliana”, è quella rappresentata dalle costruzioni rurali, aggregate in piccoli borghi o isolate nelle campagne, utilizzate prevalentemente per la conduzione personale di piccoli fondi agricoli. Sono costruzioni che si sviluppano secondo modelli di tipo cellulare, con l’accostamento o la sovrapposizione di elementi a cubo, completate da copertura piana, utilizzata per raccogliere meglio l’acqua piovana.

Fonte: eolie.me.it

CASTELLO DI LOMBARDIA (EN)

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Il castello di Lombardia, edificio simbolo della città di Enna, è un imponente fortezza normanno-sveva che si erge sul punto più elevato della città.

Ritenuto da numerosi esperti il più imponente e antico castello della Sicilia, con i suoi 26.000 m² di superficie è uno dei castelli di epoca medievale più grandi d’Italia, assieme al castello di Brescia e al castello di Lucera. Il castello di Lombardia deve il suo nome a una guarnigione di soldati lombardi posta a difesa dell’antica fortezza durante la dominazione normanna della Sicilia.

Il ruolo del castello nella vita di Enna

Il castello di Lombardia, importante maniero medievale di Sicilia, ha sempre rivestito un ruolo di primo piano nella città di Enna; nato quasi tre millenni or sono come rifugio dagli invasori ha permesso ad Henna di rivestire importanza al tempo della colonizzazione greca e di opporre una strenua resistenza ai Romani, facendole assegnare il titolo di Urbs Inexpugnablis.

Dalla torre pisana e dal castello ci si accorge visivamente che Enna è l’Umbilicus Siciliae e probabilmente i Romani la soprannominarono così per la vastità dei paesaggi che abbracciano vaste parti dell’Isola.

Il castello di Lombardia costituisce il simbolo architettonico della città ancor prima della torre di Federico II, il suo monumento non religioso di maggiore importanza e uno dei più visitati dell’entroterra siciliano.

Fonte: it.wikipedia.org

MUSEO ARCHEOLOGICO REGIONALE PAOLO ORSI (SR)

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Il museo archeologico regionale Paolo Orsi di Siracusa è uno dei principali musei archeologici d’Europa.

Il vecchio museo

Nel 1780 il vescovo Alagona inaugurò il Museo del Seminario divenuto, nel 1808, Museo Civico presso l’Arcivescovado. Successivamente un decreto regio del 17 giugno 1878 sancì la nascita del Museo Archeologico Nazionale di Siracusa, inaugurato solo nel 1886 nella sua sede storica di piazza Duomo.

Dal 1895 al 1934 Paolo Orsi diresse il Museo e le campagne di scavo lungo il territorio orientale della Sicilia.

Nel 1941 durante il periodo della seconda guerra mondiale a causa dei bombardamenti, il sovrintendente Bernabò Brea ordinò che i reperti venissero caricati a dorso di mulo e nascosti presso i tunnel del castello Eurialo.

Nel dopoguerra si operò un riordino delle collezioni di età preistorica e greca. Tuttavia a seguito dei notevoli ritrovamenti durante le svariate campagne di scavo, gli spazi del vecchio museo non furono più sufficienti decretando la necessità di creare un nuovo spazio espositivo presso l’attuale sede nel giardino di villa Landolina. Nel 1977 con le competenze dei beni culturali sono passate dallo Stato alla regione Sicilia, il museo nazionale è divenuto regionale.

La nuova struttura

Il nuovo spazio museale, affidato all’architetto Franco Minissi che applicò moderni criteri architettonici di musealizzazione. Il Museo venne inaugurato nel gennaio del 1988 presso la Villa Landolina su due piani espositivi di 9.000 m2, di cui inizialmente solo uno dei piani fu aperto al pubblico, e un seminterrato di 3.000 m2, dove è situato un auditorium e gli uffici.

La forma della struttura museale ruota attorno ad un corpo centrale utilizzato come sala conferenze al seminterrato e sala espositiva al piano terreno. L’illuminazione delle sale è ottenuta lasciando filtrare la luce solare direttamente dal tetto e dagli spazi laterali. L’allestimento è stato curato dall’architetto Franco Minissi. con il coordinamento dell’archeologo Giuseppe Voza.

Nel 2006 è stato inaugurato l’ampliamento espositivo del piano superiore dedicato al periodo classico.

Nel 2014 un ulteriore ampliamento al piano superiore consente la visione del Sarcofago di Adelfia e di altri reperti relativi alle catacombe di Siracusa.

Nel 2015 diviene il primo museo siciliano (e il primo museo archeologico da Roma in giù) a consentire la visione delle sue sale tramite Google Street View. Inoltre, grazie a un progetto pilota, per la prima volta si possono effettuare dei virtual tour di alcuni reperti archeologici, cliccando direttamente su mappe interattive o sui punti di interesse nelle vetrine, approfondendone la descrizione con apposite schede descrittive, direttamente navigando all’interno del museo in modalità Street View: in questo modo il tour virtuale è stato “aumentato” grazie a specifici software. Al termine del 2015 il museo, oltre a registrare un sensibile aumento di visitatori è diventato il primo museo archeologico della Sicilia per numero di visitatori.

Nel 2016 il museo ha creato delle audioguide gratuite sulla piattaforma Izi travel per cui è possibile ottenere informazioni su molte delle opere esposte.

Il museo

Il museo comprende reperti risalenti dai periodi della preistoria fino a quelli greco e romano provenienti da scavi della città e da altri siti della Sicilia.

Il piano terreno è diviso in 4 settori (A-B-C e D), mentre il corpo centrale (Area 1) è dedicato alla storia del Museo e vi sono presentati brevemente i materiali esposti nei singoli settori. Infine è presente un settore numismatico nel seminterrato.

Piano terreno

Settore A – Preistoria e Protostoria

Il settore A, è preceduto da una sezione dedicata alla geologia del territorio ibleo e Mediterraneo con un’esposizione di rocce e fossili che testimoniano le varie forme di animali nel Quaternario della Sicilia nonché dei fenomeni di nanismo di cui sono esposti i famosissimi elefanti nani della Grotta Spinagallo a Siracusa. Seguono i manufatti litici dei centri del Paleolitico superiore e del Mesolitico della Sicilia sud-orientale (Fontana Nuova, Canicattini Bagni ecc.).

Del Neolitico (IV-III milennio a.C.) sono riportati i reperti (armi di selce o ossidiana) dai villaggi a capanna di Stentinello, Petraro, Paternò, Matrensa, Biancavilla, Palikè, Megara Hyblaea, Gioiosa Marea e Calaforno. Dell’età del Rame (fine III e inizio II millennio a.C.) vi sono i reperti di Piano Notaro, grotta Zubbia, Calaforno, Malpasso, S. Ippolito e altre grotte come Palombara, Conzo e Chiusazza. Della prima età del Bronzo (inizio del II millennio e fine del XV secolo a.C.) vi sono i ritrovamenti di Castelluccio, Palazzolo Acreide, Monte Casale, Monte San Basilio, Monte Tabuto ecc. Sono un esempio le armi in selce, i primi oggetti in metallo, la ceramica bruna su sfondo giallastro o rosso, gli ossi a globuli. Della media età del Bronzo (fine XV-XIII secolo a.C.) vi sono i reperti di Thapsos soprattutto ma anche le necropoli del Plemmirio, Floridia, Matrensa, Molinello di Augusta e Cozzo Pantano. L’importanza di questi reperti risiede nell’evidenza dei rapporti commerciali con Micene, Cipro e Malta, allora dei centri di produzione ceramica.

Della parte finale dell’età del bronzo (XIII-IX secolo a.C.) appartengono i reperti di Pantalica, Caltagirone, Desueri, Cassibile e Madonna del Piano. Di questi si evidenzia proprio Pantalica, importante epicentro culturale dell’area. Ma vi sono anche alcuni ritrovamenti del medesimo periodo provenienti da Niscemi, Noto Antica, Monte San Mauro, Tre Canali a Vizzini, San Cataldo, Giarratana e Mendolito.

Settore B – Colonie greche, Siracusa in età arcaica

Nel settore B, dedicato alle colonie greche della Sicilia del periodo ionico e dorico, è possibile identificare l’ubicazione delle colonie greche in Sicilia e le rispettive città di provenienza. Sono inoltre esposte: una statua marmorea di Kouros acefala proveniente da Leontinoi (Lentini) datata agli inizi del V secolo a.C. È anche presente la kourotrophos ossia una statua femminile acefala che allatta due gemelli proveniente da Megara Hyblaea. I reperti della colonia dorica di Megara Hyblaea, statuette votive di Demetra e Kore e una Gorgone, una testa di Augusto proveniente da Centuripe. Vi sono inoltre le ricostruzioni dei templi di Athena (attuale duomo di Siracusa) e Olympeion, le grondaie a testa leonina del castello Eurialo.

Settore C – subcolonia di Siracusa, Gela e Agrigento

Nel settore C sono esposti reperti delle sub-colonie di Siracusa: Akrai (664 a.C.), Kasmenai (644 a.C.), Camarina (598 a.C.), Eloro. Nonché reperti provenienti da altri centri della Sicilia orientale e da Gela ed Agrigento.

Primo piano

Settore D – Siracusa in età ellenistico romana

Il settore D, posto al primo piano, è stato inaugurato nel 2006 e contiene i reperti di epoca ellenistico-romana. Al suo interno sono contenuti alcuni tra i reperti più celebri del museo: la Venere Landolina, una statua di Eracle in riposo e uno spazio dedicato ai culti di epoca ellenistica a Siracusa. Vi sono inoltre alcuni oggetti d’oreficeria e monete Siracusane. Uno spazio per consentire il contatto con reperti ricostruiti e un plastico con l’ubicazione dei monumenti di Siracusa.

Settore F – Rotonda Adelfia

Nel 2014 è stata aperta un’apposita sala dedicata al Sarcofago di Adelfia e ai ritrovamenti delle catacombe di Siracusa.

Seminterrato

Settore N – Medagliere

Nel piano interrato è presente il medagliere dell’epoca antica aperto nel 2010, con preziosissime monete siracusane, gioielli e altre monete provenienti dalle aree limitrofe di epoche diverse.

Fonte: it.wikipedia.org

RAGUSA IBLA (RG)

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Ragusa Ibla, o semplicemente Ibla, è uno dei due quartieri che formano il centro storico di Ragusa in Sicilia. In dialetto ragusano il quartiere è anche chiamato Iusu (ovvero la Ragusa inferiore, per distinguerla da quella superiore). È situata nella parte orientale della città, sopra una collina che va dai 385 ai 440 m s.l.m..

Dopo il terremoto del 1693, la città di Ragusa antica fu ricostruita attuando cantieri che produssero opere, edifici e monumenti di gusto tardo barocco. In essa risultano presenti ben 14 dei 18 monumenti della città di Ragusa oggi iscritti nel patrimonio dell’umanità.

L’antica città contiene oltre cinquanta chiese e numerosi palazzi in stile barocco. Nella parte più orientale, si trova il Giardino Ibleo e sono inoltre presenti gli scavi di un’antica città che secondo diversi storici sarebbe identificabile con l’Hybla Heraia.

Nel 1865 il quartiere si stacca amministrativamente dal resto della città diventando comune autonomo prendendo il nome di Ragusa Inferiore, nome che mantenne fino al 1922 quando fu cambiato in Ragusa Ibla. Rimase comune autonomo fino al 1927, quando si riunì al comune di Ragusa composto dai quartieri costruiti sulla collina del Patro.

Ragusa Ibla è inoltre sede di alcune importanti manifestazioni e tradizioni antiche come Ibla Buskers, Ibla Grand Prize, la festa del Patrono di Ragusa S. Giorgio e la Settimana Santa, vissuta dalle numerose Confraternite attorno alla devozione sempre viva da secoli per il SS. Sacramento esposto in quarantore presso il Duomo di San Giorgio.

Fonte: it.wikipedia.org